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La ricostruzione /1

Il contesto

Nel maggio del '44, anche la retroguardia dell'esercito nazista abbandonò il nostro territorio, lasciando dietro di sé distruzione e prostrazione. L'operazione "terra bruciata" voluta da Kesserling aveva raggiunto gli obiettivi prestabiliti. Il nostro paese era un cumulo di macerie, contava 56 vittime civili per fucilazione o per scoppio di mine e l'interruzione di tutti i servizi essenziali (acqua, luce, sanità, scuola, posta, viabilità, amministrazione comunale,...) creava, in quanti rientravano dallo sfollamento, una profonda prostrazione.

In più, il comando delle forze alleate che si era installato a Casoli e che aveva predisposto la perlustrazione quotidiana della nostra zona, aveva imposto vincoli e controllo sul rientro in paese degli sfollati, al fine di prevenire ogni forma di sciacallaggio o altre vittime per mine che erano ancora disseminate lungo le strade di accesso al centro urbano ed alle contrade, mine che furono progressivamente rimosse dagli alleati.

Ai capifamiglia era consentito di scavare tra le macerie solo di giorno per recuperare generi di prima necessità (alimentari,vestiario,utensili), di abbattere i muri pericolanti, rimuovere gli accumuli di rovine per sgombrare le strade o per ritrovare le fondamenta delle proprie case. Essi dovevano affrontare viaggi quotidiani dai paesi vicini dov'erano sfollati e dove si trovavano ancora le loro famiglie.

L'emergenza

Gli uomini si resero subito conto che la rinascita del paese era legata al sollecito rientro di tutta la famiglia. Bisognava provvedere ad un tetto. Si ripararono locali non completamente distrutti, si riadattarono vecchie casupole, si occuparono seminterrati malsani e bui, veri tuguri e locali di fortuna, non di rado utilizzati anche come stalla. Quasi sempre tali locali erano condivisi da più famiglie e le condizioni di vita, soprattutto quelle igieniche e sanitarie, erano al limite del possibile. Tutte soluzioni precarie di pura sopravvivenza ma indispensabili allo scopo.
Occorre tenere presente che, in quegli anni, la famiglia costituiva una comunità fortemente unita, composta da più generazioni (nonno, padre,figli,nipoti) che vivevano sotto lo stesso tetto, dove ciascuno svolgeva il proprio ruolo, condividendo risorse e privazioni. La casa,dunque, era alla base della vita.

La precarietà degli alloggi di fortuna spinse fortemente i capifamiglia a mettere in atto le azioni necessarie per avviare, senza indugio, la ricostruzione delle proprie abitazioni, lavoro che si prospettava quasi impossibile per la totale mancanza di risorse finanziarie e di mezzi meccanici e logistici. In quel momento essi potevano contare solo sulle proprie forze fisiche, su quelle della propria famiglia e sul mutuo soccorso di parenti, amici e vicini.

L'avvio alla ricostruzione

Con coraggio esemplare i nostri padri/nonni si rimboccarono le maniche e "con picco ,pala e una carriola da noi stessi costruita iniziammo lo sgombro sistematico delle macerie, determinati a ricostruire le nostre case".
In questa prima fase, ci si preoccupò prima di tutto di recuperare il materiale edilizio recuperabile, al fine di un suo riutilizzo nella fase successiva della ricostruzione. Davanti ad ogni casa si vedevano mucchi di rena, di pietre, di tegole, di mattoni, travi di ferro o di legno. Qui e là si incominciarono a vedere le prime impalcature (le listere), il più delle volte, anch'esse precarie. Per la calce necessaria da mescolare alla rena furono realizzate le calcare, alimentate con paglia o legna o sterpaglie per far cuocere la pietra. Un lavoro spesso fatto in comune.

Per rispondere ai bisogni anche di rinnovamento, furono aperte varie cave di pietra da costruzione intorno al paese. Quella del monte Calvario fu la più importante sia per la vicinanza al centro abitato, sia per la qualità della pietra. In essa vi lavorarono squadre di valenti scalpellini di Montenerodomo (1) che preparavano perfette pietre angolari, stipiti e architravi. Squadre di muratori, anche forestieri, erano impegnate nella ricostruzione o riparazione delle case. Tutto il paese sembrava un grande cantiere. Nel centro urbano incominciarono a riaprire anche le botteghe artigiane: falegnami, fabbri, calzolai, bastai,qualche sarto, barbiere e qualche negozio. Furono riattivati due forni per cuocere il pane e riaprirono anche due cantine, luogo aggregante, d'incontro e di relax per gli uomini del paese. Nelle contrade, anch'esse distrutte, le condizioni di vita erano ancora più dure per chi vi abitava poiché esse non ancora disponevano di strade rotabili, di corrente elettrica e di acqua corrente. Di pari passo, la nostra comunità provvedeva ai lavori dei campi ed al bestiame per assicurare quel minimo di risorse indispensabili alla sopravvivenza delle famiglie.

Tutti segni della volontà di ritornare alla vita normale.

Un fatto che disseminò discordia in seno alla comunità locale fu la controversia tra chi sosteneva l'opportunità di ricostruire il paese dove e com'era prima della guerra e chi riteneva che fosse meglio spostarlo nella pianura di Juvanun, a Fonticelle, località a circa 2 chilometri dal centro urbano, zona di più facile accesso, più comoda e con più spazio per una ricostruzione razionale. La disputa creò una forte tensione e rallentò anche i lavori di scavo e di ricostruzione. In seguito all'esito di un referendum popolare ed al buon senso, la contesa fu superata e l'amministrazione comunale poté decidere di ricostruire il paese sul sito d'origine. Tale decisione, tuttavia, non impedì al Ministero della Ricostruzione Postbellica di autorizzare il Genio Civile a costruire, negli anni 1946/47, un primo lotto di villette a schiera e di appartamenti a Fonticelle per le famiglie " senza tetto" che non volevano ricostruire la loro casa sul vecchio sito, ritenuto troppo scomodo e inospitale.

Il sostegno iniziale

Un impulso importante alla ricostruzione ed alla rinascita del paese fu dato dall'arrivo a Montenero, all'inizio della primavera 1945, di un gruppo di Quaccheri americani e di altri operatori di Associazioni di volontariato.

Essi, con l'entusiasmo di chi è animato da un forte ideale umanitario, aggregarono i capifamiglia intorno a varie iniziative, coinvolgendoli, in particolare, nella costruzione dell'asilo infantile per accogliere i loro figli o nipoti. Contribuirono a riparare l'acquedotto e le poche fognature esistenti, a riattivare le fontane stradali in paese, a distribuire generi alimentari o vestiario di prima necessità. Nello stesso tempo misero a disposizione della comunità locale due camion per il trasporto gratuito del materiale edile, creando un Comitato per la ricostruzione, composto dal Sindaco, da un rappresentante dei proprietari e da un rappresentante dei senzatetto, con il compito di gestire le priorità e l'organizzazione del trasporto del materiale in base ad un programma concepito dalle loro organizzazioni umanitarie che prevedeva il coinvolgimento personale e diretto degli interessati alle azioni pro ricostruzione e riconciliazione.

"........ By the end of June, the pattern of work was pretty well set. The Reconstruction Committee compiled two lists, one of families desiring to buy materials, and one of families wishing to exchange wood for materials. (....). With the two lists submitted, a quick survey was made of the houses most easily reparable with the smallest amount of materials, and those in a position to start work immediately. Beyond these simple ... priorities, materials were delivered according to the order of signing the original lists. (....) The next step was for the house owners to go the factory with the truck so that they could make their own bargain, for cash or for wood. The wood was cut from lots or purchased for a nominal fee from the communal woodlot." .(2)

Traduzione (gc): "... Verso la fine di giugno, il piano di lavoro era ben definito. Il Comitato per la Ricostruzione preparò due liste, una delle famiglie che desideravano comprare i materiali ed una di quelle che volevano scambiare la legna con i materiali. (....) Sulla base delle due liste, fu fatta una rapida valutazione delle case che potevano essere riparate senza molte difficoltà e con poco materiale e di quelle che erano nella condizione di iniziare i lavori immediatamente. Sulla scorta di queste semplici .............priorità, iniziò il trasporto e la consegna dei materiali secondo la data della firma delle liste originali. La tappa successiva fu quella di consentire ai proprietari di andare con il camion, insieme all'autista, alla fornace affinché potessero negoziare direttamente se acquistare con contanti o con lo scambio della legna. La legna proveniva da un bosco comunale ed era quasi gratuita".
(dal " Rapporto sul programma di ricostruzione dell'AFSC", fornito da Mr. Macy Whitehead).

Un ulteriore impulso alla ricostruzione fu dato dal Governo che, con il decreto legge n. 5 del 18 del gennaio 1945 (e successivi), stabilì la concessione di un contributo di lire 150.000 o la concessione di mutui ( art. 5) a chi avesse riparato o ricostruito la propria abitazione, di cui il 50% a titolo di anticipo per l'acquisto dei materiali necessari. In tal modo, la ricostruzione del nostro paese partiva sia pure tra tante difficoltà e incertezze.

In mancanza di una legge organica ( la Legge Urbanistica Nazionale n. 1150 del 1942 rimase inattuata e fu sostituita dai Piani di Ricostruzione) e data l'urgenza di avere un tetto sicuro, la ricostruzione postbellica iniziò senza una riprogettazione urbanistica razionale. Le case furono ricostruite esattamente dove e come erano prima della guerra.

Tre quartieri, tuttavia - le Colle, la Catarosce e le Scale di Canecchie - furono abbandonati per sempre dalle famiglie che vi abitavano sia per l'angustia degli spazi e delle strade di accesso sia per l'eccessivo frazionamento delle proprietà che precludevano qualsiasi miglioramento abitativo. Per molte di queste famiglie (alcune delle quali erano ancora lontane nei campi profughi allestiti dagli alleati,soprattutto a Bari) furono costruiti dal Genio Civile di Chieti a Fonticelle e al Piano Ianiero ( e, successivamente, dall'UNRRA-CASAS alla Fonte della Selva) casette a schiera o appartamenti nel quadro del programma nazionale per la costruzione degli "alloggi per i senzatetto".

Di pari passo all'avvio della ricostruzione delle case procedeva anche la rinascita della vita civile del paese.

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(1) Vogliamo ricordare Fedele, Peppe e Francesco (Cicco) Passalacqua ( de terremoto), N'tonio di zimonaco e figli,e tanti altri- - Nel nostro paese non vi è casa che non abbia raffinati stipiti, architravi, pietre angolari o normali pietre da costruzione passati tra le mani di questi artigiani . Purtroppo, seguendo la moda dell'epoca, negli anni '60 e seguenti, i muri furono ricoperti da intonaci in cemento o plastica.

(2) In quei duri anni dell'immediato dopoguerra, la legna del bosco comunale Paganello rappresentò una risorsa vitale per la popolazione. Oltre al suo uso domestico, autorizzato dal Comune, previo nulla osta dell'ispettorato forestale, essa fu una merce di scambio preziosa per l'approvvigionamento di mattoni, tegole, gesso ed altro materiale necessario alla ricostruzione .Infatti, le "fornaci" ( di Crocetta di Castelfrentano, di Torricella Peligna,...), in mancanza di denaro liquido, accettavano il pagamento dei laterizi in legna da ardere. Tuttavia, con il pretesto di disporre del legname per la ricostruzione si tollerarono anche tagli selvaggi abusivi per fini commerciali e speculativi, tanto che il Comune fu costretto a bloccare il taglio al bosco Paganello ed a spostarlo al bosco di Monte di Maio, rafforzandone la sorveglianza e il controllo.

Archivio priv. Mr. Whitehead. Montenerodomo, ottobre 1945.
Uomini,donne e bambini aiutano a scaricare il materiale edilizio da un automezzo della FAU (Friends Ambulance Unit).

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